villa_gaia.jpgdi Massimo Ciani

Il chiosco del Ciapetti a Villa Gaia era una gemma incastonata nel verde di una pineta magica. Lì c’era il capolinea degli autobus. Della RAMA, che ha segnato la mia vita e quella della mia famiglia (mio babbo vi ha lavorato per quarant'anni) e della CEA del Generale.

Solo che quella della CEA fu una fugace apparizione, scomparsa di lì a poco nell’oblio. La RAMA invece ha resistito a tutte le tempeste e viaggia oltre i cento anni. Quando regnava il trasporto urbano e tutti eravamo più poveri e più felici, ogni venti minuti, massimo mezzora, alla fermata di Villa Gaia scendevano e salivano folle di giovani, meno giovani, mamme, bambini piccoli e meno piccoli, tutti armati di asciugamano, zoccoli di legno, borse di stiancia piene di cibarie, tra cui fette di pane casalingo ripieni di frittata, che era uno dei miei cibi preferiti. E gli ombrelloni e le sdraie sottobraccio. Noi eravamo liberi. E la spiaggia era libera. Come noi. Esattamente il contrario di oggi. Che qualche soldo l’abbiamo ma la felicità o ciò che le assomiglia è fuggita nei corridoi del tempo.

Dicevo del Ciapetti. Il suo chiosco era mitico e lui era mitico come il suo chiosco. Burbero, ma di un burbero maremmano. Ruvido quanto basta. Con le sue gazzose, le granite, i gelati al cono di varia prezzatura ma comunque sempre entro i limiti della decenza. Noi ragazzotti affollavamo tutta l’area intorno al chiosco. Anche le sedie e i tavoli. Facendolo infuriare, perché potevamo spendere assai poco, giusto un lecca lecca o una bustina di noccioline, mentre ai tavoli avrebbe potuto sedersi gente più spendereccia, che invece, nel vederli occupati da una torma di ragazzotti urlanti, non si fermava e andava direttamente a prendere l’autobus. Il chiosco del Ciapetti era mitico per tante cose, ma ricordarle tutte è impossibile. Una però, in particolare, mi viene alla mente. Tra i giochi poveri che circondavano lo chalet, insomma. Tra le “slotte machinesse” di quell’epoca spiccava il gioco della biglia di ferro sul piano inclinato del percorso stradale. Quello che si comandava con i piedi, per capirsi. Tutti intorno al campione del momento, i più piccoli a sgomitare per poter vedere se la pallina giungeva al traguardo oppure veniva inesorabilmente ed implacabilmente ingoiata da una delle tante buche disseminate lungo il percorso. Per il vincitore solo pacche sulle spalle. Per gli sconfitti la voglia di ritentare. Come nella vita, del resto. Non c’è niente di diverso tra quel gioco della biglia e la vita. Hai vinto? Bravo. Però è tutto lì. Hai perso? Ritenta. E ancora. Qui si che c’è gusto. La speranza di vincere prevale sull’illusorietà della vincita.

Ciao Ciapetti. Anche tu occupi un posto d’onore tra i personaggi e i luoghi della mia vita.

Fotohttps://www.facebook.com/Ruru.2019GR/

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