flipper.jpgdi Massimo Ciani

Lo chiamavamo lo Zio ma non ricordo o forse non ho mai saputo perché. Aveva un bel sorriso. In un volto magro, nel quale gli zigomi parlavano meglio delle parole. Per il resto era come noi. Era uno di noi. Un ragazzo degli anni sessanta.

Lui giocava a flipper con noi, al Gorrieri. Che però non era più il mitico caffè Gorrieri, quello di cui si parla nelle cronache e che avevano conosciuto i nostri genitori. Era un locale disadorno, con un barman magro magro e taciturno al bancone, che tutti chiamavamo Druscino. Sul retro, accanto al biliardo dal panno verde, il magico flipper. L’avevano portato gli americani, quelli di Kansas City, insomma, per dirla alla Bianciardi. Loro l’avevano portato, e noi, la generazione del dopoguerra, ci consumavamo sopra le dita. Il tilt era il nostro mortale nemico. Ma quando s’accendeva il chitarrone, il che significava due, quattro, otto partite da giocare gratis, allora i nostri occhi di adolescenti, verdi nelle tasche si sgranavano. Erano le nostre prime vittorie, conquistate a poco prezzo.

Davano l’illusione di poter seguitare a vincere facile. Anche Scipione vinceva. E i suoi occhi si sgranavano quando s’accendeva il chitarrone. Poi quegli occhi puliti e luminosi si sono spenti. Scipione se ne è andato in uno dei tanti pomeriggi della calma piatta grossetana. Il suo passaggio è stato così inavvertito che pare quasi non abbia voluto farsene accorgere. Neppure da noi che eravamo i suoi amici o per meglio dire i suoi compagni di giochi, che amici è una parola impegnativa e nella vita si adopera spesso a sproposito.