984024_10202391131717725_7474753628782402230_n.jpgdi Massimo Ciani

Se non l'avete conosciuto avete perso parecchio. Oggi, per un cambiamento di linguaggio che a noi grossetani fa sorridere, lo chiamerebbero operatore ecologico. Logico sicuramente lo era. Anche l'eco lo potevi sentire. Quello della sua trombetta d'ottone, con cui, in orari precisi e ricorrenti, suonava la carica ambientale.

Le massaie si precipitavano per le scale con il secchio della spazzatura in mano e glielo consegnavano. Lo spazzino aveva sempre fretta. Tutti i suoi gesti erano affrettati. A volte anche scorbutici. Come il suo linguaggio fatto di poche, essenziali parole. Calzava un paio di guanti da lavoro e un berretto in testa.

Ai suoi tempi, che poi erano i miei e di molti altri che mi leggono, non esisteva la raccolta differenziata. I secchi venivano scaricati nei bidoni, quindi i carrettini, spinti da mani laboriose, giungevano al punto di raccolta dove il camion della nettezza urbana ingoiava nelle sue fauci i rifiuti della città per portarli alla discarica. Lui, lo spazzino, sorrideva. E il sorriso non dice se si tratti di fine o inizio turno. Poco importa. La strada non ha nulla di segreto per lui. Sa benissimo che il suo è un lavoro umile, faticoso, ingrato. Forse si sarebbe augurato un lavoro diverso. Forse. Ma la filosofia, che oltretutto non conosce, preferisce lasciarla agli altri. Se fa lo spazzino, qualche motivo ci sarà. E questo gli basta.

Il suo è un lavoro che non conosce monotonia. Intervallato da qualche battuta salace scambiata con le spose, specie con le più giovani; oppure da una bella colazione con un gigantesco pezzo di schiaccia unta imbottita di mortadella, sposata ad un bicchiere di buon rosso al bar, in piedi, davanti al bancone. Quindi, di nuovo in scena. Dopo un'ultimo squillo di tromba, in guisa del 7° del generale Custer, anche se di pellerossa non c'è neppure l'ombra in giro, ma solo per avvertire le massaie ritardatarie, lo spazzino impugna il manubrio del carretto e ricomincia a spingerlo a testa bassa lungo marciapiedi che sembrano non voler mai finire. Ci volta le spalle ,lo spazzino dei nostri ricordi, e scivola giù, sempre più giù, lungo piazze e strade cittadine, tutto piegato su quel carrettino dai bidoni di metallo, per poi diventare una cosa sola con lui. In lontananza un puntolino che segui con gli occhi, sforzandoti, finchè lo puoi seguire. Infine scompare. E di lì in avanti non ti resta che seguirlo con gli occhi del cuore.

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