di Marcella Madaro

Firenze: Stefano Pratesi sceneggiatore e regista, accetta di rispondere alle domande di Marcella Madaro. Racconta un po’ della sua vita e delle difficoltà che incontra nel suo lavoro.

Come nasce Stefano Pratesi regista?
«Stefano Pratesi nasce come quello che vuota il sacco nero della spazzatura della macchinetta del caffè a Bologna in una casa di produzione che fa spot pubblicitari, era film master clip. Pian piano da li sono arrivato a fare il produttore esecutivo per film master clip sempre in campo pubblicitario. Poi ho fatto la stupidaggine: invece di continuare che potevo diventare un produttore richiesto e ricercato, ho detto no ragazzi… “io voglio mettermi a fare il regista e a scrivere”. 

In questo modo ho avuto di una serie di agevolazioni perché il lavoro di produzioni ormai a quel punto lo conoscevo abbastanza bene, e ho iniziato un’altra volta a fare completamente la gavetta, cioè terzo assistente alla regia non pagato, che carica le radio la sera e le riporta la mattina sul set che ferma le macchine, pian piano salendo salendo… fino ad arrivare a quello che faccio o almeno che tento di fare soprattutto in Italia.»

Quale difficolta ha trovato o trova nel svolgere il suo lavoro?
«Devo rispondere? Ci sono due tipi di difficoltà. C’è la difficoltà oggettiva, di quello che devi fare tutti i giorni, dallo scrivere, dal rivedere delle cose che hanno scritto altri, dal sistemarle, dal renderle fruibili in modo semplice per stare dietro al budget del produttore che chiaramente non vuole mai spendere. Dall’altra parte la difficoltà di doversi confrontare con un sistema produttivo che in Italia ha poca potenza dove in realtà contano più le amicizie e la parte politica. Di conseguenza, le varie strade da seguire sono quelle e basta, non c’è meritocrazia, per cui diventa difficile riuscire a farsi produrre  qualcosa, tenendo conto che il governo italiano in questi anni a livello di legislatura non ha fatto assolutamente un tubo, della cultura se ne infischia e non ci sono leggi adeguate. Si sta ancora aspettando la nuova normativa del tax credit per gli sgravi fiscali alle aziende che investono una parte di budget per un film e in dietro dovrebbero avere una serie di sgravi fiscali, però in realtà ancora non ci siamo.»

A cosa ha rinunciato?
«A niente.»

Quali sono i suoi lavori più importanti?
«Nessuno... allora, i lavori più importanti sono quelli che ti danno da mangiare, poi ci sono i lavori che ti danno soddisfazione. Io ho lavorato con una serie di attori americani, ho lavorato con Anne Bancroft quando non era ancora moglie di Mel Brooks, ho lavorato con Sean Penn. Ho lavorato con gli italiani, per cui lavori importanti sono solo per chi li sente raccontare non per chi li fa, perché  è un lavoro, se lo sai fare lo fai, se no ti cacciano. Non ci sono lavori importanti, ci possono essere delle cose importanti che uno vorrebbe fare ma quella è un altra storia  forse bisognerebbe cambiare paese»

Come sceglie le ambientazioni e i romanzi da rappresentare?
«I romanzi da rappresentare tu li scegli in base al produttore che ti dice “bene facciamolo.” Per le ambientazioni meglio sarebbe sempre andare in piccoli posti, dove costa poco per il produttore fare la produzione, dove costano poco gli alberghi, dove c’è poco da fare nel senso di organizzazione,anche perché comunque è tutto li. Per esempio a Città della Pieve su Carabinieri, eravamo 140 persone a lavorare per 7 mesi, 26 puntate da 100 minuti l’una. Città della Pieve è minuscola, la giri a piedi per cui è molto semplice da un punto di vista produttivo, va a finire che le ambientazioni sono sempre quelle imposte dal produttore perché spende meno a farle in certi posti rispetto ad altri.»

Quali sono suoi progetti futuri?
«Non si parla mai di progetti futuri perché porta sfiga..ci sono delle cose in ponte su film lungometraggio, vediamo se da qui fino a fine 2018 si riesce almeno a partire.»

Ha un sogno ancora da realizzare?
«Tanti, tanti.»

Ce ne racconta uno?
«Ci sarebbe da fare un documentario storico molto bello, che tratta di un argomento che in Italia non viene tanto recepito. Riguarda gli ultimi 50 giorni prima dell’ingresso in guerra dell’Italia nella seconda guerra mondiale, tratto da un libro di uno storico che si chiama Bandini, che all’ uscita del libro fu messo da parte perché racconta delle cose terrificanti dal punto di vista organizzativo e di pensiero del governo che era in quel momento in Italia e che francamente sovverte tutto quello che è stato e, che viene detto e pensato dell’Italia nella seconda guerra mondiale, tanti poveri partigiani si rivolterebbero nella tomba.Quello sarebbe un bel pezzo di storia da raccontare, mi piacerebbe davvero realizzarlo.»

E nella vita ha un sogno da realizzare?
«Bella domanda…. Nella vita uno a un certo punto vorrebbe fare festa…schiantarsi al mare da qualche parte, stando a 25 gradi su una spiaggia con le ciabattine e i pantaloncini corti tutto l’anno!»