befana2.jpgdi Massimo Ciani
 
"Ciascuno ha i ricordi della sua Befana. Ciascuno ricorda le proprie lacrime quando la crudeltà di un coetaneo gli ha rivelato che la befana è un invenzione. La mia befana è infissa nella memoria come un chiodo che nessuna pinza riuscirà a svellere. La mia befana significa anzitutto freddo e ghiaccio. Siamo nel '56. L'Italia è stretta in una morsa di gelo che durerà a lungo.
 
Grosseto non si sottrae alla condizione generale. Restare chiusi in casa è l'unica misura utile per resistere in una situazione climatica cui noi italiani del centro non siamo abituati. Ma quella non è l'Italia del boom economico. E' un'Italia che si lecca ancora le ferite di uno spaventoso conflitto e la miseria, nonostante il piano Marshall, cammina sui muri. Solo una ristretta minoranza tra chi legge ricorda cosa significano le parole Sfrattati, Casermone, Fortezza. E se rammento Emilio Marconi e Idrissa Dionne? Mi accorgo di essere andato fuori tema, ovvero su temi che riprenderò, dal momento che nessuno ne parla mai e rischiano di essere dimenticati per sempre.
 
Dicevo della mia Befana. Le calze erano fatte di lana grezza di pecora, di quella lana con cui si realizzavano quelle maglie da portare a pelle che ti procuravano un prurito insopportabile ma che ti salvaguardavano come nessun altro indumento dalle bronchiti e polmoniti provocate dai rigori invernali. Mamma le attaccava la sera del cinque gennaio sui ferri sporgenti dalla canna fumaria della cucina economica. Quella cucina Zoppas di smalto bianco e i cerchi di ghisa che scaldava meravigliosamente bene, anche se il combustibile era costituito da tavolette di cassette da frutta o da palle di carta pressata ed asciugata al sole.
 
Io quella notte dormivo con un occhio aperto e uno chiuso. Ero stretto tra il desiderio di vederla, la befana, e la paura che si scordasse di passare da casa nostra. Inevitabilmente il sonno prendeva il sopravvento e impediva di fugare i miei dubbi, che rimanevano tali. Il risveglio era precoce, sia volontario che provocato dai genitori. Il passaggio dalla camera al cucinotto era breve. Lo stupore nel vedere le calze appese rigonfie di cose da scartare e scoprire era immenso. Mandarini, noci, qualche caramella e cioccolatino e infine lui, il temuto e odiato carbone. Voi penserete subito a quello dolce. Dipende. O meglio. Dipendeva dai vostri pregressi comportamenti sociali infantili.
 
Dimenticavo la letterina. Quella con cui la sedicente Befana rispondeva alla tua, fatta di promesse e di dichiarazioni di pentimento. A ripensarci cerco di immaginare il tempo e la fatica che babbo o mamma o sorelle più grandi impiegavano per scriverla a stampatello per impedire possibili riconoscimenti. E i giocattoli? Ne ricordo nitidamente solo uno. Una pistola a tamburo da cowboy a fulminanti. Penso che si trovi ancora, abbandonata e dimenticata, in qualche ripostiglio della vecchia casa di famiglia."